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Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli -
Pontificia Università Urbaniana
Convegno Internazionale
40° anniversario del Decreto
Conciliare Ad Gentes
Storia e contenuti del
Decreto “Ad Gentes”
Prof. Gianni Colzani
Sommario.
I.
Il dibattito
conciliare del 6-9 novembre 1964 e il suo frutto.
I.1: Alcuni interventi in aula. I.2: Il successivo
cammino del lavoro in commissione.
II.
I principi dottrinali del Decreto: Ad Gentes 2-9.
II.1: L’«economia di salvezza» radice della natura
missionaria della Chiesa. II.2: L’attività missionaria
della Chiesa. II.3: Il ruolo della missione nella storia
del mondo e della salvezza.
III.
Lo sviluppo dei temi del
decreto. III.1:
Lo sviluppo della attività missionaria. III.2: La figura
ecclesiale del missionario.
IV.
Conclusione.
Il 7 dicembre 1965 il
Concilio Vaticano II approvava il decreto Ad Gentes
con 2394 placet e 5 non placet.
L’approvazione concludeva un dibattito breve ma intenso
che aveva fatto emergere il bisogno di una nuova
teologia missionaria. La fine della seconda guerra
mondiale aveva reso evidenti profonde trasformazioni del
mondo e della chiesa: la raggiunta indipendenza politica
dei popoli segnava il tramonto di un’epoca coloniale e
dava inizio alla loro ricerca di una nuova identità
culturale e di un diverso equilibrio sociale mentre la
crescente diffusione del vangelo in alcune parti del
mondo e la progressiva perdita di fede in altre rendeva
vuota di significato l’abituale distinzione tra terre di
missione e terre cristiane. Si imponeva ormai una
missione universale.
Lo riconosceva con
franchezza lo «Schema Propositionum de Activitate
Missionali Ecclesiae»
quando ammetteva che i cambiamenti intervenuti «hanno
dato nuove dimensioni all’attività missionaria»
e che, ormai, «il Vangelo va proclamato dappertutto».
Questa consapevolezza aveva spinto la commissione de
missionibus a ripensare l’attività missionaria
puntando su un suo aggiornamento. In un testo breve di
13 propositiones, poi diventate 14, lo “Schema”
ribadiva la necessità della attività missionaria,
nonostante la possibilità di una salvezza operata dalla
grazia anche al di là della chiesa; in termini
operativi, proponeva un «Consiglio Centrale per
l’Evangelizzazione», creato apud,
cioè presso la Congregazione con il compito di dare
unità di indirizzo a tutta l’attività missionaria.
Questo Consiglio si sarebbe avvalso di un Segretariato
di esperti con funzione di stimolo e di approfondimento
delle condizioni e dei metodi missionari e avrebbe
operato attraverso la stessa Congregazione. I padri
rifiuteranno come inadeguata questa impostazione così
che il Segretario generale proporrà di rimandare lo
schema «perché venga di nuovo rifatto dalla Commissione
competente». In pratica una bocciatura di 1601 voti
contro 311 con 2 nulli.
1. Il dibattito
conciliare del 6-9 novembre 1964 e il suo frutto
Credo sia di notevole
interesse presentare sommariamente questo dibattito
perché permette di conoscere la mente dei padri e le
loro aspettative nei confronti del documento sulla
missione. D’accordo nel denunciare l’inadeguatezza delle
propositiones, i padri chiedono una vera e
propria trattazione della tematica missionaria: solo
riportando la missione alla sua autenticità originaria
si possono svuotare le perplessità ed i dubbi sulla
attualità e sulla opportunità della missione
serpeggianti anche nelle comunità cristiane. Per questo
chiedono che il decreto abbia un solido fondamento
teologico e mostri il legame delle missioni con l’azione
salvifica di Cristo e della chiesa. Da una parte
rifiutano l’impostazione primariamente giuridica del
documento, che aveva il suo perno nella proposta del
Consiglio centrale dell’Evangelizzazione,
dall’altra non ritengono sufficienti le osservazioni
teologiche passate nel De Ecclesia.
I padri vogliono una vera e propria ampia trattazione
teologica.
Ovviamente una vera e
propria trattazione doveva partire da un preciso
concetto di missione. Pur avvertendone la necessità e
l’utilità, la Commissione aveva deciso di soprassedervi
perché, come candidamente ammetteva il relatore Mons. S.
Lokuang, vescovo di Taiwan, «gli stessi esperti sono in
grande disaccordo».
Nel suo intervento Mons. V. Riobé, vescovo di Orléans e
membro della Commissione, spiegherà che – nonostante tre
anni di lavoro – la Commissione era rimasta incerta «tra
un concetto di missione elaborato teologicamente e un
concetto unicamente giuridico, come è ora presente nel
vigente diritto canonico». Per questo, convinto che ciò
rende impossibile parlare della attività missionaria in
modo serio, chiederà che «venga ripensata l’intera
impostazione della problematica missionaria» alla luce
delle prospettive del De Ecclesia».
Alcuni interventi in aula
Ho già riportato, nella nota
8, alcuni interventi di Padri sull’insieme del
documento, sul suo carattere giuridico e sul bisogno di
una trattazione più teologica e più ampia. Qui mi
limiterò a quegli interventi che, a mio parere, hanno
una proposta di contenuto; nella linea di un
ripensamento teologico della missione, risultano di
particolare interesse gli interventi del card. A. Bea,
quelli di Mons. P. Moors e di Mons. G. Riobé e quello di
Mons. E. Zoghby: non é difficile cogliervi indicazioni
che si ritroveranno nel testo definitivo.
Sull’esempio di Paolo, il
card. Bea legherà la predicazione missionaria al mistero
divino di salvezza; lo scopo della missione si allarga
così dalla conversione individuale all’impegno per
rendere tutti «eredi e partecipi della promessa che, per
mezzo del vangelo, ci è giunta in Cristo Gesù». Il
disegno divino di salvezza riguarda, infatti, «la
condizione storica ed eterna di tutto il genere umano,
così da unire con legami molto stretti tutti i popoli a
Cristo, nel suo Corpo mistico, ed anche tra di loro».
Di conseguenza il servizio apostolico della chiesa dovrà
continuare «fino alla fine del mondo», quando il disegno
divino sarà finalmente realizzato.
Il vescovo olandese di
Roermond, Mons. P. Moors, fonda la missione sulla
volontà salvifica di Dio e sulla signoria universale del
Risorto; ne ricava la convinzione che il regno di Dio e
la redenzione di Cristo sono già presenti nel mondo «in
modo nascosto ma operoso»,
prima ancora del lavoro missionario. Alla consapevolezza
di questa previa presenza della grazia lega una dinamica
missionaria attenta e rispettosa del mondo culturale di
questi popoli: «occorre che venga un vero incontro o
concorso («rencontre», «Begegnung» o «meeting»)
tra la Chiesa e quelle culture»
perché solo su questa base si può procedere ad
impiantare la chiesa.
Preoccupato di evitare che
la missione si riduca sempre più alla espansione della
chiesa presso i non-cristiani, Mons. P. Riobé, vescovo
di Orleans, chiederà di affrontare i problemi della
missione alla luce di quattro verità: «cioè la natura
missionaria di tutta la chiesa, la sua cattolicità, la
collegialità episcopale e la comunione tra le Chiese».
Va infine richiamato
l’intervento del patriarca di Antiochia dei Melchiti,
Mons. E. Zoghby; dopo aver osservato che il mondo latino
é più preoccupato di organizzare la missione che di
approfondirla, rivendicherà l’originalità del patrimonio
proprio delle chiese orientali. Presenterà la missione
«come una Epiphania, cioè come un irrompere della
luce divina nella realtà del mondo creato»:
appartiene alla chiesa continuare questa epifania ed, in
questo modo, preparare la venuta del regno nella vita
umana. Questa concezione da una parte mantiene un forte
nesso tra creazione e redenzione e dall’altra indica
nella Eucaristia – comunione di carità con Cristo in
grado di istituire una comunione tra le persone – «il
principio ed il fine di tutta la missione».
Questo legame tra creazione e redenzione é sviluppato
presentando una umanità «che è già fecondata dal seme
divino, dai germina Verbi (in greco: spérmata
tou Lógou), come dicono Giustino, Clemente
Alessandrino e Origene»;
l’annuncio del vangelo trova quindi un terreno preparato
dal Verbo e dallo Spirito ed é questo che i Padri
chiamano «divina Pedagogia». In essa é già possibile
cogliere una prima realizzazione del volere divino di
salvezza.
Il successivo cammino del
lavoro in Commissione
Avvalendosi di periti del
calibro di Y. Congar e J. Ratzinger, di D. Grasso e S.
Seumois, di J. Glazik e P. Neuner ed ampliata nei suoi
membri, la Commissione procedette alla stesura di un
testo completamente rinnovato.
Per prima cosa, la
Commissione precisò la nozione di missione di cui
intendeva servirsi: «quando usiamo la voce “missione”,
intendiamo l’essenza stessa della Chiesa, la sua vitale
crescita; non soltanto un aumento numerico ma
l’interiore dilatazione del Corpo mistico. Come un corpo
vivo, per non perire, la Chiesa deve crescere e
manifestare la sua energia vitale».
Una simile visione di missione deve interessare tutto il
popolo di Dio e non solo alcuni circoli missionari.
La relazione tra questa nozione ampia di missione e
quella particolare di missione ad gentes é
precisata nel senso che la seconda ha «la forma della
messa in atto di questa unica missione o mandato»
e, come tale, é naturalmente relativa alle circostanze
dei diversi luoghi e delle diverse realtà sociali.
Si trattava poi di
sviluppare una autentica presentazione teologica della
missione; in aula, i padri avevano chiesto con unanimità
un testo più ampio e più teologico: si trattava di
fondare meglio la missione perché sapesse meglio
rispondere ai nuovi problemi. Affrontando la questione,
la Commissione riterrà che, a questo scopo, non sarebbe
bastato richiamare la dottrina di Lumen Gentium
16-17 perché, come dirà J. Schütte relatore della
Commissione al concilio, le indicazioni presentate in
quel contesto «sono troppo generali».
Diversamente da lui, J.
Ratzinger – lui pure membro della Commissione – scriverà
che l’intero insegnamento conciliare sulla missione va
ricondotto ai nn. 13. 17 della costituzione Lumen
Gentium; in questi numeri vede «il punto di
riferimento per tutti gli altri documenti concernenti la
missione, compreso lo stesso Decreto sull’attività
missionaria della Chiesa».
Per evitare ogni fraintendimento, vale la pena di
cominciare da questo: la Commissione ha inteso limitarsi
a riprendere l’insegnamento di Lumen Gentium? A
mio parere la presentazione di Schütte, per la sua
ufficialità mai smentita, basterebbe per la risposta.
In ogni caso, si può dire
che sono fondamentalmente due i passaggi teologici di
Lumen Gentium 13. Il primo lega la cattolicità alla
rivelazione personale di Dio, cioè all’invio del Figlio
«erede di tutte quante le cose»
e dello Spirito «principio di comunione e di unità»;
in questo modo il nuovo volto “cattolico” del popolo di
Dio è espressione del volto di Dio rivelato in Gesù. Il
secondo collega la creazione alla escatologia attraverso
l’azione redentrice e riconciliatrice del Dio di Gesù:
il regno, che con Cristo irrompe nella storia umana,
appare la potenza che muove il mondo verso il suo
avvenire eterno. La teologia della missione riprende
così la grande convinzione patristica della
«ricapitolazione» di tutta l’umanità sotto l’autorità
salvifica di Cristo Signore. Ne viene una dialettica di
unità e di dispersione al cui interno la comunione
cattolica dei credenti assume un ruolo particolare; i
cristiani, infatti, «sparsi per il mondo, sono in
comunione con gli altri nello Spirito, cosicché “chi sta
a Roma sa che gli indi sono sue membra».
Questo vasto orizzonte basta
a concludere che non vi sono diversità di contenuto tra
Lumen Gentium 13 ed il Decreto Ad Gentes;
mentre chiede che Ad Gentes mantenga un
riferimento a Lumen Gentium 13, Ratzinger non
nega che il Decreto si apra e si sviluppi in modo
conveniente alle varie questioni trattate e che cerchi
una sua organicità.
2. I principi
dottrinali del decreto: Ad Gentes 2-9
Valutando il documento ed il
suo sfondo di idee, Congar osserverà che simili
prospettive trinitarie ed economiche hanno sempre
generato «grandiose esposizioni di ecclesiologia
missionaria».
Mi sembra una valutazione pertinente anche per il nostro
testo. In termini più scolastici, J. Schütte sosterrà
che una vera e propria fondazione teologica deve
comprendere quattro punti: l’origine trinitaria della
missione, il suo valore ecclesiale, una chiara nozione
di missione e, da ultimo, l’affermazione della sua
necessità. Quest’ultima comporta come cosa ovvia la
necessità della cooperazione di tutti.
Presumibilmente é questo lo
schema ideale che la Commissione ha inteso sviluppare in
questo capitolo; i commentatori del decreto
lo indicano come «una breve presentazione della teoria
teologica della missione»,
cosa che del resto anche il suo titolo conferma: De
principiis doctrinalibus.
Nel suo senso pieno, il lavoro di questo capitolo
intende la fondazione teologica come la forza dinamica
che precisa il volto ed il significato della missione e
che, per questo, sa offrire indicazioni anche circa le
sue questioni concrete. La problematica storica e
socio-antropologica non viene quindi esaurita nel
diritto ma risale fino alla teologia a cui chiede luce
per il suo determinarsi. Il nuovo testo, «De activitate
Missionali Ecclesiae», discusso nella 144° Congregazione
generale del 7 ottobre 1965, nella 145° dell’8 ottobre e
nella 146° dell’11 ottobre ebbe una positiva accoglienza
ed il 7 dicembre 1965 sarà solennemente promulgato da
papa Paolo VI.
L’«economia di
salvezza» radice della natura missionaria della chiesa
Il testo inizia con un passo
ben noto che S. Brechter indicherà «come lapidario per
la sua forma di tesi»;
suona così: «la chiesa peregrinante per sua natura é
missionaria, in quanto essa trae origine dalla missione
del Figlio e dalla missione dello Spirito santo, secondo
il disegno di Dio Padre».
Il carattere trinitario di questo passo, sviluppato poi
nei nn. 2-4 del decreto, permette di riprendere la
distinzione patristica tra “economia” e “teologia” per
risalire così dalle missioni divine alla vita intima
della Trinità. Il modo nuovo di presenza divina che le
missioni inaugurano – un modo che passa dalla presenza
di immensità, dove Dio é causa, a quella di grazia dove
Dio é amore – lega la missione ecclesiale alla vita
trinitaria stessa: tramite le missioni del Figlio e
dello Spirito é la vita divina che viene comunicata a
noi.
Questo orizzonte economico
porta a collocare cogliere come un tutto unitario le
processioni intra-trinitarie e le missioni ad extra
delle persone divine; alla base di questo organico
disegno sta l’amor fontalis del Padre.
Questa coincidenza della radice della missione con la
vita intima di Dio porta a concludere che la missione
appartiene a Dio come un suo libero e gratuito modo di
essere, come l’effusione del suo intimo amore; per
questo alcuni teologi diranno che Dio è un Dio
missionario, è il primo missionario.
Intesa come il movimento di amore che dalle persone
divine arriva all’umanità, la missione non si definisce
in base a considerazioni geografiche o giuridiche ma in
forza di quel mondo umano a cui l’amore divino si
rivolge; non sono i territori lontani ma gli ambiti
socio-culturali ed i cuori delle persone i veri
interlocutori della missione.
Questa radice trinitaria si
sviluppa poi sul piano ecclesiologico perché, come
insegna il concilio, «piacque a Dio chiamare gli uomini
alla partecipazione della sua vita non solo ad uno ad
uno […]ma riunirli in un popolo».
La radice trinitaria della missione esige che
l’interlocutore non si esprima secondo prospettive
individuali ma che si muova secondo quella logica di
comunione personale che é propria delle persone divine.
Si apre qui il nodo dei rapporti tra le persone divine,
la missione e la chiesa, questione fondamentale per la
stessa impostazione della riflessione missiologica.
L’aver riportato la missione entro le dinamiche
trinitarie – il cosiddetto rimpatrio delle missioni
nella missione della chiesa
– esige il riconoscimento della priorità della missione
rispetto alla chiesa: l’ecclesiologia é correttamente
impostata quando corrisponde ai contenuti e alla logica
della missione. Non é la chiesa a fare la missione ma é
quest’ultima a costituire l’intimo stesso della chiesa.
Muovendo dal suo retroterra
barthiano, sarà H. Berkhof il primo a ribadire questa
priorità della missione; lo farà ancora durante il
concilio nelle lezioni da lui tenute al seminario
teologico di Princeton nel 1964.
Poiché lo Spirito é per lui la potenza del Risorto che,
senza annullare il divino nell’umano, gli dona quella
esistenza storica e terrena che si realizza nella
chiesa, ecco motivata la priorità della missione: andrà
intesa come l’espressione della azione efficace e
creativa dello Spirito del Risorto. Legata al Risorto,
la missione acquista un forte significato teologico per
la totalità di quel mondo a cui il mistero pasquale si
rivolge; espressione parziale e provvisoria del
movimento missionario, la chiesa non é puro strumento
della missione ma é «realizzazione del regno e strumento
del regno».
Nella stessa linea C. Geffré chiederà di superare la
problematica del fine e dei mezzi: per questa visione,
la missione è semplice mezzo per la salvezza delle anime
o per la espansione della chiesa; in realtà, la missione
é l’opera dello Spirito che fa della Chiesa un popolo in
cammino verso quel regno che deve venire.
Molti si metteranno allora su questa strada; Moltmann
metterà al centro della chiesa il suo servizio al regno
mentre Duquoc ne parlerà in termini di provvisorietà
storica.
Su questo sfondo il decreto
descrive la missione del Figlio e dello Spirito. A
fronte della sofferta ricerca umana, la missione del
Figlio assume una obiettiva struttura dialogica;
riprendendo il pensiero dei padri, il concilio vi
coglierà addirittura una «pedagogia al vero Dio o
preparazione pedagogica».
L’incarnazione, cioè la decisione «di entrare in modo
nuovo e definitivo nella storia degli uomini», fa di
Gesù «l’autentico mediatore tra Dio e gli uomini»,
«l’erede di tutte le cose», la persona umana «piena di
grazia e verità», «il capo dell’umanità rinnovata».
La via di kénosis e di povertà scelta da Cristo
introduce la missione della chiesa: occorre che «quanto
una volta é stato operato per la comune salvezza, si
realizzi compiutamente in tutti nel corso dei secoli».
La missione dello Spirito,
interiore all’opera salvifica, é strettamente legata a
quella del Figlio; per questo, accompagna e stimola il
cammino missionario della sua chiesa. Non vi é motivo
per indebolire questo legame per il fatto che lo Spirito
«operava nel mondo prima che Cristo fosse santificato»:
l’ampliamento universale della missione dello Spirito a
prima della Pentecoste, é connesso al significato
onnicomprensivo del mistero pasquale. Certo ne vengono
delle conseguenze importanti. Mentre Dei Verbum 3
si limita ad osservare che, dopo il peccato di Adamo,
Dio «ebbe costante cura del genere umano per dare la
vita eterna a tutti coloro che cercano la salvezza
perseverando nelle opere di bene», il Catechismo
della Chiesa Cattolica svilupperà questo aspetto nei
nn. 56-58 e parlerà di una «alleanza con Noè» che
«esprime il principio dell’Economia divina verso le
nazioni», una economia che «resta in vigore per tutto il
tempo delle nazioni» e che ha dato vita a grandi figure
di giusti.
La natura missionaria della chiesa ha il suo modello non
nella espansione coloniale della cristianità occidentale
ma nella sua capacità di prefigurare «l’unione dei
popoli nella cattolicità della fede», dando così origine
alla «chiesa della nuova alleanza che parla tutte le
lingue e tutte le lingue nell’amore intende e
comprende».
L’attività missionaria
della Chiesa
L’importanza di questi
passaggi è evidente; fondata nella vita stessa di Dio,
la missione supera l’orizzonte giuridico del mandato e
si richiama ad un piano di ontologia soprannaturale in
forza del quale «lo Spirito santo dà a tutti la
possibilità di venire a contatto, nel modo che Dio
conosce, col mistero pasquale».
Questo sfondo é l’unico in grado di fondare
teologicamente la missione ma, nella sua generalità, non
offre ancora una precisa nozione di missione. Ad
Gentes ne ha piena consapevolezza. Per questo
ribadisce la visione pasquale di Gaudium et Spes
22, vi collega l’universalità salvifica di Lumen
Gentium 16 ma dedica i nn. 5-7 a precisare
l’attività missionaria della chiesa ed a ribadirne la
necessità. In termini riassuntivi concluderà che:
«benché Dio, attraverso vie a lui note, possa portare
gli uomini che senza loro colpa ignorano il vangelo alla
fede, senza la quale è impossibile piacergli, è tuttavia
compito imprescindibile della chiesa, e insieme sacro
diritto, evangelizzare, sicché l’attività missionaria
conserva in pieno oggi come sempre la sua validità e
necessità».
Precisata in Ad Gentes
5-7, l’attività missionaria é collocata nell’ambito più
generale della vita della chiesa. In pratica il n. 5
colloca l’intera missione della chiesa nel contesto
della apostolicità; per il fatto che la Parola di Dio
permane nella chiesa in modo vivo e fecondo, sostenuta
com’é dal ministero degli apostoli e dei loro
successori, l’intera missione della chiesa appare
edificata sulla esperienza apostolica e custodita dalla
fedeltà ad essa. La missione apostolica della chiesa
assume così un carattere istituzionale e gerarchico ed é
questo carattere a rispecchiarsi a fondo nel mandato
missionario. Il concilio procede così ad una descrizione
della missione: «la missione della chiesa si realizza
attraverso una azione tale per cui essa, obbedendo
all’ordine di Cristo e mossa dalla grazia e dalla carità
dello Spirito Santo, si fa pienamente ed attualmente
presente a tutti gli uomini e popoli per condurli con
l’esempio della vita e la predicazione, con i sacramenti
e gli altri mezzi della grazia, alla fede, alla libertà
e alla pace di Cristo, rendendo loro libera e sicura la
possibilità di partecipare pienamente al mistero di
Cristo».
Congar legge questa
descrizione come organicamente costruita attorno alle
quattro cause aristoteliche,
il che comporterebbe qualcosa di più di una semplice
descrizione; in realtà il testo rifiuta volutamente le
classiche definizioni della missione, che pure conosce
ed utilizza,
ed insiste sul dinamismo dello Spirito che, attraverso
«la strada seguita da Cristo, la strada cioè della
povertà, dell’obbedienza, del servizio e del sacrificio
di se stesso», rende la chiesa «sacramento di salvezza»
per tutti i popoli. Meno formale, questa lettura è più
cristologica e lascia intravvedere anche il percorso
pratico della missione.
Quanto alle missioni ad
gentes, il concilio le indica come «le iniziative
speciali con cui gli annunciatori del Vangelo inviati
dalla chiesa, andando nel mondo intero, svolgono il
compito di predicare il Vangelo e di impiantare la
chiesa stessa in mezzo ai popoli e ai gruppi che ancora
non credono in Cristo».
La logica di questo passo è chiara: il compito
missionario «è uno e identico in ogni luogo e in ogni
situazione, anche se in base alle circostanze non si
esplica nello stesso modo. Le differenze, quindi, che
vanno tenute presenti in questa attività della chiesa,
non nascono dalla natura intima della sua missione ma
dalle condizioni in cui questa missione si esplica».
In questo modo “le missioni” non sono precisate in base
ad un criterio giuridico o territoriale ma
socio-antropologico.
In realtà, la mancanza di
una adeguata teologia del territorio
e di una accurata riflessione sui problemi di metodo che
l’inclusione del dato sociologico nella teologia non
manca di porre, lascia emergere una certa fragilità in
questo ricorso al dato socio-antropologico per delineare
il volto concreto della/e missione/i. La debolezza di
queste riflessioni mi porta ad auspicare una ripresa più
approfondita sia del contenuto di Redemptoris Missio
37 sia dei problemi di metodo legati all’ingresso della
sociologia nell’ambito della particolarizzazione della
chiesa e della sua vita in un preciso territorio. Il
dibattito metodologico aperto dalla teologia della
liberazione, stante il modo autoritario con cui é stato
concluso, avrebbe bisogno di una ri-trattazione di cui
si avverte a fondo il bisogno.
La conclusione di questi
temi sarà l’affermazione della necessità della missione.
La tesi rahneriana dei cristiani anonimi
e le conclusioni del Seminario sulle religioni
non-cristiane, tenuto a Bombay alla fine del 1964,
avevano diffuso al riguardo una incertezza che il
concilio prende di petto: «è necessario che tutti si
convertano a lui [Cristo], conosciuto attraverso la
predicazione della chiesa, e a lui e alla chiesa, suo
corpo, siano incorporati attraverso il battesimo».
Per il concilio si tratta di una vera e propria
necessità e non solo di un melius esse, di una
maggiore facilitazione; anche se vi è la possibilità di
una salvezza al di fuori dei confini visibili della
chiesa,
resta il fatto che «è compito imprescindibile della
Chiesa, ed insieme sacro diritto, evangelizzare, sicché
l’attività missionaria conserva in pieno oggi come
sempre la sua validità e necessità».
Da una parte questo rimanda al volere di quel Dio che,
secondo Ad Gentes 2, opera riunendo i suoi figli
in un Dio in un popolo uno e santo; dall’altra si lega
alla vitalità di quella carità che spinge sia ad amare
Dio sia a «condividere con tutti gli uomini i beni
spirituali della vita presente e futura».
In questo modo l’attività
missionaria «è completamente inseparabile dalla Chiesa
dell’amore»
e conduce al fine ultimo di una creazione intesa
dinamicamente; poiché il Signore risorto trascina nella
sua nuova situazione quel mondo e quella storia umana a
cui si era profondamente unito nella kenosis,
l’attività missionaria trova la sua conclusione nella
ricapitolazione di ogni cosa in Lui. Al dinamismo
escatologico inaugurato dal mistero pasquale vede
corrispondere una umanità pienamente rinnovata; questa
corrispondenza tra l’opera di Dio e «l’intimo desiderio
di tutti gli uomini»
rimanda ad un disegno che non elimina la creaturalità
umana ma che, al tempo stesso, la trascende.
Il ruolo della missione
nella storia del mondo e della salvezza
Il posto della missione
nella storia umana viene affrontato e chiarito in Ad
Gentes 8-9. Al punto di partenza sta la singolarità
della vicenda di Gesù. Il mistero pasquale, descritto da
Eb 9,11-28 come efápax, cioè come avvenuto una
volta per tutte, non è per questo un evento isolato ma,
al contrario, va collegato alle “molte volte” con cui
Dio ha parlato nei tempi antichi ed ai “diversi modi”
con cui si é rivelato ai padri nei profeti.
Per precisare questo fatto, la teologia ci ha abituato a
riconoscere l’evento-Gesù come un evento escatologico,
cioè definitivo e insuperabile, ma al tempo stesso come
un evento storico. É il tema della «singolarità» di
Gesù.
Ovviamente, eschaton e
storia non sono due concetti sorti altrove ed applicati
poi alla cristologia: vanno invece compresi insieme e
vanno compresi cristologicamente.
Compresi cristologicamente e non sullo sfondo di una
ontologia greca che aveva rinunciato in partenza al
divenire e alla storia, non appaiono contrapposti: la
trascendenza dell’eschaton non é per forza fuori
della storia né questa é pura contrapposizione al
compimento. Alla luce del mistero del Verbo incarnato,
si può dire che l’eschaton è il segreto della
storia, é il senso ultimo del tempo, é il mistero della
finitezza creaturale
mentre la storia, resa trasparenza dell’eschaton,
offre in termini umani e kenotici quel compimento che
tale rimane. La storia non è mai fine a se stessa ma
offre in Gesù la sua verità: in lui, morto e risorto,
l’amore di Dio raggiunge ogni uomo, nella forma
ecclesiale o per vie note a Dio solo. In questo modo, é
proprio in questa storia che tutti hanno la possibilità
di partecipare in modo personale – cioè nella forma
esplicita o implicita del discepolo
– al mistero pasquale di Cristo.
La radicale diversità tra
l’eschaton e la storia indica come il compimento sia
possibile solo nella forma dell’offerta, solo nella
forma del dono che mi viene incontro. Se il tempo è la
struttura formale della storicità creaturale, la Pasqua
ne è il contenuto obiettivo. Per questo l’escatologia
pasquale, mentre rivela la struttura profonda del tempo,
ne mette storicamente a disposizione l’energia di vita
secondo una logica di anticipazione;
la dimensione pasquale dell’eschaton indica nel dono di
sé l’atteggiamento umano che porta a pienezza l’umanità
delle persone.
Identificato con la Pasqua
di Cristo, l’eschaton ha il contenuto e la forma
di una libertà che dona se stessa per il bene di tutti;
immessa dal Padre nella storia umana con l’invio del
Figlio diletto, é forza attiva in grado di restituire al
Padre una umanità rinnovata dallo Spirito del Risorto.
É questa la nuova creazione. Su questo sfondo di idee,
l’attività missionaria «non è nient’altro e niente meno
che la manifestazione, cioè l’epifania e la
realizzazione, del piano di Dio nel mondo e nella sua
storia; in essa Dio, attraverso la missione, attua
chiaramente la storia della salvezza».
Questa pienezza, che Dio si è compiaciuto di far abitare
in Cristo,
viene realizzata sia attraverso la predicazione e i
sacramenti sia attraverso la valorizzazione di «tutto
ciò che di verità e di grazia era già riscontrabile, per
una nascosta presenza di Dio, in mezzo alle genti».
La valorizzazione di «quanto
di bene si trova seminato nel cuore e nella mente degli
uomini o nei riti particolari e nelle culture dei
popoli» si svela come un dinamismo complesso che il
seguito del passo indica facendo riferimento a tre
azioni indicate con i verbi “sanare”, “elevare” e
“perfezionare”.
Questi verbi contengono una qualche eco della dottrina
scolastica secondo la quale gratia perficit naturam
ma, qui, lo sfondo filosofico dell’effato é abbandonato
a favore di una concezione patristica che, fedele alla
unità dell’opera salvifica, conosce il sanare della
redenzione e l’elevare e perfezionare della
resurrezione. Corrispondente alle aspirazioni umane, il
vangelo ha bisogno della grazia per essere accolto e
fatto fruttificare.
A mio parere, si
potrebbero indicare qui le basi di una vera e propria
teologia della storia. Poiché Cristo, nella sua
filialità, accoglie tutto quanto viene dal Padre mentre,
nella sua creaturalità, assume il tempo e gli dà quella
forma che é propria della missione ricevuta dal Padre,
al centro della storia viene il rapporto fra la
singolare temporalità cristologica e quella propria
della storia umana. Mentre impedisce di appiattire il
ministero della Chiesa sul progresso del mondo, questo
impegna a ricercare tutto ciò che, nella storia umana, é
anelito verso Cristo e verso la sua misteriosa presenza.
«Nessuno di per se stesso e con le sue forze riesce a
liberarsi dal peccato e ad elevarsi in alto […]ma tutti
hanno bisogno di Cristo modello, maestro, liberatore,
salvatore, vivificatore».
«Manifestazione, cioè epifania e realizzazione del piano
di Dio nel mondo e nella sua storia»,
l’attività missionaria si svolge tra la prima e la
seconda venuta di Cristo come dialogo tra la libertà di
Dio e quella dell’uomo e, come tale, introduce nel mondo
una vitalità ed una energia in grado di conferirgli un
volto nuovo. Propria della chiesa, questa missione non
si esaurisce in essa ma si allarga all’intera umanità ed
allo stesso cosmo; per questa via, lo scopo della
missione appare realmente la ricapitolazione di ogni
cosa in Cristo perché «Dio sia tutto in tutti».
3. Lo sviluppo dei
temi del decreto
L’impostazione dottrinale
del decreto, a questo punto, appare chiara nelle sue
premesse e nei suoi scopi. La scomparsa degli imperi
coloniali, la fine dell’eurocentrismo ed il recupero
delle culture indigene aveva creato una situazione che
imponeva di ripensare
e riorganizzare la missione; non era più possibile
collocare la missione nella logica coloniale della
espansione e della egemonia dell’Occidente.
L’insegnamento di Ad Gentes 6 sulla unità ed
unicità della missione e sul suo diversificarsi per la
diversità delle condizioni del suo esercizio offriva una
prospettiva in grado di tener conto dei cambiamenti
riportandoli però, nello stesso tempo, ad una struttura
basilare fedele al vangelo.
Come abbiamo visto, il
concilio ribadiva la sua fedeltà a Cristo salvatore
universale ed al mandato missionario affidato alla
chiesa presentandola come “sacramento universale di
salvezza”: «inviata da Dio alle genti per essere
“sacramento universale di salvezza”, la chiesa, per le
esigenze più profonde della sua cattolicità e all’ordine
del suo fondatore, si sforza di annunciare il vangelo a
tutti gli uomini».
Era questo l’incipit del decreto. Per svilupparlo
coerentemente, i padri ritornano alla dottrina
patristica dei semina Verbi,
in grado di motivare cristologicamente la presenza di
elementi di santità e di verità nelle culture e nelle
religioni non-cristiane sulla base del Verbo «luce vera
che illumina ogni uomo»,
e ne faranno la base per quel processo di purificazione
ed elevazione attraverso il quale le giovani chiese
valorizzano «tutte le ricchezze delle nazioni che a
Cristo sono state assegnate in eredità».
Il sogno è quello di lasciarsi guidare da una
prospettiva, quella che mostra come la chiesa della
nuova alleanza sia una chiesa che «parla tutte le lingue
e tutte le lingue nell’amore intende e comprende».
A partire da questo punto di vista il concilio riprende
a fondo tutte le tematiche missionarie.
Nella impossibilità di
richiamarle tutte, vorrei toccarne alcune, quelle che
ritengo di particolare interesse. Vorrei riprendere lo
sviluppo della “attività missionaria” presentato nel
secondo e nel terzo capitolo del decreto per dedicare
poi qualche riflessione alla figura del missionario e
della spiritualità missionaria, radici inesauribile del
rinnovamento delle chiese e del loro cammino apostolico.
Lo sviluppo della attività
missionaria
Forma di presenza della
chiesa in mezzo a tutti i raggruppamenti umani, la
missione riguarda tutti i cristiani. «Tutti i cristiani
infatti, dovunque vivono, sono tenuti a manifestare con
l’esempio della vita e con la testimonianza della parola
l’uomo nuovo, che hanno rivestito col battesimo, e la
forza dello Spirito santo, dal quale sono stati
rinvigoriti con la confermazione, così che gli altri,
vedendo le loro buone opere, glorifichino il Padre e
comprendano più pienamente il significato genuino della
vita umana e l’universale vincolo di comunione degli
uomini».
Questa lunga citazione comprende quasi tutti gli
elementi del rinnovamento della attività missionaria e
ne mostra lo scopo ultimo.
Mi pare di grande interesse
il valore dato alla testimonianza della vita ed alla
forza della Parola; ad esse il capitolo terzo aggiungerà
il tema delle chiese locali. Forma tra le più alte della
comunicazione e dell’incontro, la testimonianza è la
capacità di cogliere il nesso tra un avvenimento ed il
suo senso; il testimone non comunica solo dei concetti
ma una verità che è sale e luce della sua vita, una
verità che ha fatto chiaro in lui e che, per questo, può
essere di aiuto anche ad altri.
Il concilio stesso rimarcherà due forme in cui le chiese
possono incanalare la loro testimonianza:
l’atteggiamento di stima e di amore con cui il cristiano
si inserisce nelle tradizioni culturali e religiose di
un popolo e la vita secondo la carità. Va ribadito il
carattere apostolico della carità; poiché ha come
modello l’amore divino, non può ridursi al semplice
progresso economico e sociale. Dovunque si promuove la
dignità personale e si fa l’esperienza di una comunione
gratuita e sincera, lì inizia a risplendere il mistero
di Cristo e la vita dell’uomo nuovo. Dalla parte del
testimone la carità è il vissuto della santità mentre
dalla parte del destinatario l’esperienza di un amore
gratuito invita ed aiuta ad aprirsi al di là dei bisogni
immediati, al bisogno del Padre.
Per questa via si apre la
strada a Cristo. Questa testimonianza interpella e
convince fino ad influire sulle scelte delle persone e,
poiché queste sono esseri sociali, anche sulla vita
delle comunità e sul loro stile di vita. Bisogna
aggiungere che, mentre una volta la socialità era
mediata dalla mentalità e dalla scala di valori del
gruppo, oggi è fortemente influenzata dai mezzi di
comunicazione di massa. Nello stesso tempo in cui si
rimane colpiti dalla fatica con cui il cristianesimo si
incarna in culture di antica tradizione, tanto da
apparire a molti ad esse estraneo, non si può fare a
meno di notare l’aprirsi di un nuovo difficile campo di
testimonianza, quello dei media.
Insieme alla testimonianza
della vita, va richiamata l’evangelizzazione. Bisogna
dire che gli studi biblici di Ch.H. Dodd avevano
insegnato a distinguere tra kerygma e didaché:
mentre il primo termine indica la predicazione ai
non-cristiani, il secondo indica quella ai battezzati.
Questa distinzione ha permesso a molti studiosi di
approfondire il tema dell’annuncio e di riscoprire
l’originalità della predicazione apostolica.
La Parola va annunciata «dovunque Dio apre una porta»,
chiedendo a tutto coloro ai quali «aprirà il cuore lo
Spirito santo» di aderire al Signore. La certezza che vi
è qui una conversione da intendere «come iniziale ma
sufficiente perché l’uomo avverta che, staccato dal
peccato, viene introdotto nel mistero dell’amore di Dio»
porta a chiedersi quale sia il contenuto preciso della
predicazione missionaria.
Al riguardo, il concilio usa
una formula stringata e afferma che va annunciato «il
Dio vivo e colui che egli ha inviato per la salvezza di
tutti, Gesù Cristo»;
il silenzio sul mistero pasquale porta a ritenere che
questa verità sia implicitamente inclusa nella
proclamazione di Cristo salvatore e che trovi pienamente
posto nello sviluppo della adesione a Cristo Signore.
Resta il fatto che la cristologia del primo annuncio e
dei primi passi sulla via della salvezza sembra
costruita attorno a Gesù in quanto, come via verità e
vita, «risponde a tutte le attese del loro spirito, anzi
infinitamente le supera».
Alcuni teologi hanno, per questo, studiato a fondo i
discorsi missionari degli Atti per cogliervi – al di
sotto del tono catechistico – le tracce del primo
annuncio missionario;
Grasso riconduce questo primo annuncio al compimento
delle promesse ed alla fine delle attese, alla
realizzazione di questo compimento in quel Gesù del
quale si offre una breve presentazione dal battesimo
alla ascensione e, da ultimo, all’invito ad entrare nel
regno con la conversione e il battesimo.
La conclusione di questo
cammino è la formazione della comunità cristiana; a
prescindere dalle tesi della plantatio, resta il
fatto che l’edificazione della chiesa è azione
missionaria per eccellenza. Merita un cenno, al
riguardo, il lavoro di A.M. Henry;
partendo dalle diverse dinamiche della Parola, Henry
parlerà di livelli diversi di comunità ecclesiale: vi è
la chiesa catecumenale raccolta attorno all’annuncio,
quella battesimale che si sforza di radicare nei
battezzati l’uomo nuovo in Cristo Gesù e quella
eucaristica che vive o si sforza di vivere la pienezza
della vita cristiana. In realtà, Ad Gentes 15 si
limita a richiamare una serie di atteggiamenti pastorali
importanti che non si dovrebbero dimenticare; il testo
ricorda l’impegno per mettere profonde radici nel popolo
in mezzo al quel si vive, lo sforzo di acquisire
autonomia e stabilità e la sensibilità ecumenica.
Vi è qui un punto nel quale
è possibile vedere un originale apporto della teologia
missionaria al concilio. È noto che questo non ha
sviluppato una adeguata teologia della chiesa
particolare ma che, semplicemente, ne aveva gettato le
basi ed indicato i principi;
sarà il post-concilio a sviluppare a fondo questo tema.
Insieme alle scritture ed alla storia dei primi secoli,
insieme alla teologia dell’Eucaristia e del vescovo,
anche la teologia missionaria aveva portato il suo
contributo a questa nuova tesi: basti pensare ai lavori
di E. Loffeld e di A.M. Henry.
Avvalendosi anche di queste basi, il concilio può
insegnare che la chiesa particolare, dovendo
rappresentare la chiesa universale, deve essere
missionaria in patria e nel mondo: «abbia la piena
coscienza di essere missionaria inviata anche a coloro
che non credono in Cristo e convivono nello stesso
territorio […]. La comunione con la chiesa universale
raggiungerà in un certo modo la sua perfezione solo
quando anch’esse [le chiese particolari] prenderanno
parte attiva allo sforzo missionario diretto verso le
altre nazioni».
La figura ecclesiale del
missionario
L’affermazione di principio
e l’impetuosa crescita di fatto delle giovani chiese ha
posto più di un problema: da una parte la comunione
cattolica dovette venir pensata in termini comunionali
come partenariato di chiese sorelle mentre, dall’altra,
l’autonomia delle giovani chiese, protagoniste della
missione in casa loro e dovunque, ha imposto un
ripensamento ed una riorganizzazione delle forze
missionarie e dei loro ruoli. Gli stessi missionari
hanno dovuto cercare altri orientamenti.
impegni. L’attuale crescita di nuovi soggetti missionari
– giovani chiese, sacerdoti Fidei Donum,
laici missionari con o senza famiglia, organizzazioni
non governative
– ha riproposto con forza il nodo del carisma
missionario ad gentes: in cosa si radica? chi è
il missionario? cosa lo distingue dal sacerdote indicato
da Presbyterorum Ordinis 10? La questione non è
irrilevante e, oggi, forme di pastorale integrata
cercano sia di svuotare una certa tensione tra servizio
al carisma degli Istituti e attenzione ai bisogni della
Chiesa locale sia di precisarne i rapporti ed il
significato.
Senza pretendere dal concilio la soluzione di ogni
problema, si può però riconoscere che solo un globale
contesto ecclesiologico è in grado di rendere ragione ad
entrambe le figure e che il concilio, sulla base di
questa ecclesiologia di comunione, ha dedicato ai
missionari un intero capitolo, il quarto.
Alla base della figura ecclesiale del missionario sta la
vocazione che il concilio descrive come «vocazione
speciale»;
in particolare, questa vocazione ha al centro il
portarsi «per fede e obbedienza presso coloro che sono
lontani da Cristo, riservandosi esclusivamente all’opera
per la quale, come ministri del Vangelo, sono stati
assunti».
Questo «portarsi presso coloro che sono distanti da
Cristo» non può essere spiegato solo in termini
geografici: indica invece una prossimità cristologica
(Lc 10,34) a coloro che non hanno mai conosciuto la loro
dignità di figli dell’Abbá o se ne sono
allontanati per i più diversi motivi.
Il
«riservarsi esclusivamente» per questo ministero fa di
questa vocazione la base di una singolare appartenenza a
Cristo: dovrà per questo «rinunciare a se stesso e a
tutto quello che in precedenza possedeva in proprio»,
«farsi tutto a tutti», «camminare sulle orme del suo
maestro», «far conoscere con fiducia il mistero di
Cristo», «vivere autenticamente il vangelo».
Queste espressioni descrittive non dovrebbero nascondere
il cuore di questa vocazione: espressione di quella vita
che è marcata dalla structura amoris del mistero
pasquale ed è totalmente raccolta per il suo servizio,
la vocazione missionaria deve “rivelare”, cioè
proclamare e manifestare la vicinanza di Dio a questa
umanità attraverso la sua vita e il suo ministero.
La
struttura obiettiva della persona del missionario,
radice della sua concreta personalità, appare allora
legata a questo «vincolarsi totalmente all’opera
evangelica» entrando così «nella vita e nella missione»
di Cristo. Questo «mantenersi fedele ad vitam
alla sua vocazione»
spinge il missionario là dove vi sono le frontiere che
separano il vangelo dalla rassegnazione, la fede nel Dio
vivente dalla ricerca di sicurezze religiose, la dignità
dei figli di Dio da quanto la offende, l’amore dal
sopruso e dalla violenza, il regno di Dio dalla forza
del male.
Forse l’immagine biblica del Servo di JHWH appare la più
adatta per parlare del missionario ad gentes: il
Servo parla perché il Signore gli ha aperto l’orecchio,
la sua parola è spada affilata e freccia appuntita,
proclama la giustizia di Dio intrecciandola con la
misericordia così da non spezzare una canna incrinata e
da non spegnere un lucignolo fumigante,
non teme di sfidare i potenti e l’impopolarità fino al
martirio sapendo di non restare deluso.
Rendere Dio prossimo a tutte le persone significa far
risuonare il grido del povero, mettere ciascuno di
fronte alla sua responsabilità e far risuonare le parole
della pace e della speranza. Da questo vengono le scelte
sulla formazione e sulla vita del missionario;
l’approfondimento delle scienze umane ci ha insegnato a
dare alla vita secondo lo Spirito ed al servizio al
vangelo una profondità ed un realismo che, in passato,
non erano consueti.
Conclusione
Per quanto non intenda
chiarire tutti problemi della missione,
l’importanza di Ad Gentes è fuori discussione:
non ci sono altri documenti che, in questa misura e con
questa autorità, intervengano sulla problematica
missionaria. Affrontandola nel contesto del progressivo
passaggio dalle missioni alle giovani chiese, il
concilio prendeva atto della fine della fine del modello
coloniale, fondato sulla espansione della cristianità
occidentale, e si è impegnato a ripensarla su basi
nuove. È qui fondamentale la scelta di una prospettiva
storico-salvifica che da una parte risale alla stessa
vita trinitaria e dall’altra, sulla base delle missioni
del Figlio e dello Spirito, sviluppa il movimento divino
come amore salvifico che entra nella storia per
innalzare l’umanità ad una sorprendente comunione.
Il guadagno più nitido del
concilio è lo sforzo per riportare la missione nel
disegno divino e, su questa base, insegnare la natura
missionaria della chiesa. Una simile scelta comporta una
concezione che non può affidare la missione solo alla
testimonianza degli Istituti missionari: essa appartiene
alle chiese e a tutti i cristiani. La cooperazione tra
chiese sorelle introduce una forma di partenariato che
reinterpreta in modo originale e, non più a senso unico,
la comunione cattolica delle chiese. Su questo sfondo
comunionale, “le missioni” non sono isolabili da “la
missione”: sono quindi precisabili al suo interno più
che definibili in modo esclusivo. Si può condividere
l’osservazione di G. Evers che negli schemi preparatori
e nel decreto finale manchi «la problematica sul mondo
d’oggi, sui mutamenti politici a livello planetario, i
confronti e scontri sul piano politico, sociale e
ideologico»,
ma non per questo si può pensare di abbandonare il
decreto per attenersi a Gaudium et Spes ed a
Nostra Aetate: si tratta invece di mostrare che una
scelta storico-salvifica può dire molte cose sulla
storia umana.
Bisogna però accettare che la scelta
storico-salvifica sia completata dalla questione
escatologica; in altre parole, che ne è delle promesse
di Dio? Senza accedere alle critiche radicali di
Hoekendijk e di Rütti, che si schierano per una
concezione storico-pratica di missione. Si può però
riconoscere che il post-concilio dovrà affrontare la
ripresa delle categorie escatologiche del regno e dello
Spirito, della salvezza e della speranza; ne verrà un
riesame del loro insieme e dei loro rapporti con Cristo:
sarà questo il compito di Redemptoris Missio.
Sulla storia del decreto Ad Gentes si veda S.
Paventi, «Iter dello schema “De activitate
Missionali Ecclesiae”», in J. Schütte (ed.),
Il destino delle missioni. Il successo o il
fallimento delle missioni dipende dal loro
radicale ripensamento, Herder – Morcelliana,
Roma – Brescia 1969, 56-90 (testo anche in S.
Paventi, Iter dello schema “De activitate
missionali ecclesiae”, in Euntes Docete
49(1966), 98-126); G. Caprile, «Notiziario n.
62. II: Lavori del Concilio», in Il Concilio
Vaticano II. Cronache del Concilio Vaticano II
edite da La Civiltà Cattolica. IV: Il
terzo periodo. 1964-1965, Ed. La Civiltà
Cattolica, Roma 1965, 376-398; «Notiziario n.
74. La 144° Congregazione generale», in Il
Concilio Vaticano II. Cronache del Concilio
Vaticano II edite da La Civiltà Cattolica.
V: Il quarto periodo. 1965, Ed. La
Civiltà Cattolica, Roma 1969, 185-195; 376-398;
«Notiziario n. 78», ivi, 367-374; «Notiziario n.
80», ivi, 431-436; S. Brechter, «Decretum de
activitate missionali ecclesiae.
Die
Entstehungsgeschichte des Missionsdekrets», in
Lexikon für Theologie und Kirche. Das Zweite
Vatikanische Konzil. Konstitutionen, Dekrete und
Erklärungen. Lateinisch und Deutsch.
Kommentare.
Teil III, Herder, Freiburg – Basel – Wien 1968,
10-21; J. Masson, «Genesi storico-dottrinale del
decreto “Ad Gentes”», in Id., L’attività
missionaria della chiesa, Elle Di Ci, Torino
1966, 9-56; A. Boland, Evolution du schema
sur l’activité missionnaire, «Église vivante»
18(1966), 91-102.
J. Ratzinger, «Le Dichiarazioni sulla missione
negli altri testi conciliari», in J. Schütte
(ed.), Il destino delle missioni, cit.,
25; ripresentato in J. Ratzinger, Il nuovo
popolo di Dio. Questioni ecclesiologiche,
Queriniana, Brescia 1971, 405-434. Sul bilancio
missionario del concilio, oltre al testo di J.
Ratzinger, si veda A.M. Henry, Bilan
missionnaire du Concile, in «Parole et
Mission» 9(1966), 5-62; M. Zago, La missione
“ad gentes” nella missione integrale della
Chiesa, Studium, Roma 1991.
Sul
rapporto delle tematiche missionarie con
Lumen Gentium si veda inoltre J. Glazik,
Die missionarische Aussage der
Konzilskonstitution «über die Kirche», in «Zeitschrift für
Missionswissenschaft» 49(1965), 65-84; G.
Schelbert, Das Missionsdekret des II Vat. Im
gesamtwerk des Konzils, in «Neue Zeitschrift
für Missionswissenschaft» 22(1966), 241-259;
23(1967), 104-114. 194-205; J. Bruls, Un
peuple messianique, in «Église Vivante»
18(1966), 91-102.
Per un orientamento bibliografico circa il
decreto, oltre ad una ovvia ricerca su
Bibliographia Missionaria, si veda W.
Henkel, «Bibliografia sul decreto De activitate
missionali Ecclesiae «Ad Gentes» (1965-1975)»,
in T. Scalzotto (ed.), La Sacra Congregazione
per l’evangelizzazione dei popoli nel decennio
del decreto «Ad Gentes», Urbaniana
University Press, Roma 1975, 214-232; Id.,
Bibliografia sul decreto De activitate
missionari ecclesiae «Ad Gentes» (1975-1985),
«Euntes Docete» 39(1986), 263-274.
Per una prima
inquadratura dei commenti si veda W. Henkel, «I
principali commentari sul decreto conciliare «Ad
Gentes», in T. Scalzotto (ed.), La Sacra
Congregazione, cit., 203-211. In particolare
si vedano questi rimandi organizzati
cronologicamente. A. García, Las misiones:
decreto del Concilio ecuménico Vaticano II.
Ed. bilingüe latino-catellana, Propaganda
Popular Católica, Madrid 1965; Concilium
Vaticanum II. Las misiones en la Iglesia,
Seminario nacional de misiones, Burgos 1966; D.
Grasso (ed.), Decreto sull’attività
missionaria della chiesa, Paoline, Alba
1966; A Santos Hernandez (ed.), Decreto “Ad
Gentes” sobre la Actividad Misional de la
Iglesia. Evolución conciliar del decreto. Texto
y comentario, Editorial Apostolado de la
Prensa, Madrid 1966; J. Masson, L’attività
missionaria della chiesa. Genesi storico
dottrinale del Decreto. Testo latino e
traduzione italiana. Esposizione e commento del
decreto “Ad gentes divinitus”, del Motu Proprio
“Ecclesiae Sanctae”, della Costituzione
Apostolica “Regimini Ecclesiae Universae”,
Elle Di Ci, Torino 1967; J. Glazik (ed.),
Dekret über die Missionstätigkeit der Kirche,
Aschendorff, Münster 1967; Aa.Vv., Le
missioni alla luce del concilio. Atti della
settima Settimana di Studi Missionari.
Milano 5-9 settembre 1966, Vita e Pensiero,
Milano 1967; Semana misionológica,
Perspectivas del decreto “Ad gentes”. Sobre la
actividad misionera de la Iglesia. Decimocuarta
semana misionológica. Bérriz, 12-20 agosto 1966,
Mensajero, Bilbao 1967; Perspectivas del
Decreto «Ad Gentes» sobre la actividad misionera
de la Iglesia. Centro de Estudios Misionológicos
de Berriz. Decimaquarta semana misionológica de
Berriz. 23-30 agosto 1966, Bilbao 1967;
Aa.Vv., L’activité missionnaire de l’Eglise.
Décret
“Ad gentes”.
Texte latin et traduction française par M.-L.
Dewailly.
Commentaires par G.M. Grotti, S. Paventi, Y.
Congar, Cerf, Paris 1967; G. Schelbert, Das
Missionsdekret des II Vatikanums im Gesamtwerk
des Konzils, Administration der Neuen
Zeitschrift für Missionswissenschaft,
Schöneck-Beckenried 1968; S. Brechter,
Decretum de activitate missionali ecclesiae –
Dekret über die Missionstätigkeit der Kirche,
in Lexikon für Theologie und Kirche. Das
Zweite Vatikanische Konzil. Konstitutionen,
Dekrete und Erklärungen. Lateinisch und Deutsch.
Kommentare.
Teil III, Herder, Freiburg – Basel – Wien
1968, 9-125; Flannery A. (ed.), Missions and
Religions. A commentary on the Second Vatican
Council’s on the Church’s missionary activity
and Declaration on the relation of the Church to
non-christians religions, Scepter Books,
Dublin 1968; J. Schütte (ed.), Il destino
delle missioni.
Il successo o il
fallimento delle missioni dipende dal loro
radicale ripensamento
[1966],
Herder – Morcelliana, Roma – Brescia 1969;
Metodio da Nembro,
L’attività missionaria nel decreto “Ad Gentes”,
Università Urbaniana, Roma 1971.
I numeri unici
delle riviste sono moltissimi. Mi limito a
ricordare: Le missioni nel Decreto “Ad
Gentes” del Concilio Vaticano II, «Euntes
Docete» 19(1966), 3-292; Decreto del Concilio
Vaticano II sull’Attività missionaria della
Chiesa, «Fede e Civiltà» 44(1966), nn. 2-3,
1-122; Vaticano II – Igreja em missao,
«Igreja e Missao» 18(1966), 7-334; Propos sur
le Décret “Ad Gentes”, «Rytmes du monde»
15(1967), nn. 1-2, 2-117; Mission and Vatican
II, «International Review of Missions»
56(1967), 265-337.
Per i commenti al primo capitolo si veda Y.
Congar, «Principi dottrinali (nn. 2-9)», in J.
Schütte (ed.), Il destino delle missioni. Il
successo o il fallimento delle missioni dipende
dal loro radicale ripensamento, Herder –
Morcelliana, Roma – Brescia 1969, 151-192; S.
Brechter, «Decretum de activitate missionali
ecclesiae.
Erstes
Kapitel. Kommentar», cit., 24-45; J. Masson,
Fonction missionnaire de l’Église. Réflexions
sur le décret «Ad Gentes» du Vatican II, in
«Nouvelle Revue Théologique» 98(1966), 249-272.
358-375; J.B.
Anderson, A Vatican II pneumatology of the
Paschal mystery.
The historical-doctrinal genesis of “Ad Gentes”
I, 2-5,
Pontificia Università Gregoriana, Roma 1988; L.
Rugolotto, Storia dell’elaborazione del testo
“Ad gentes” n. 7 e implicazioni teologiche,
Pontificia Università Gregoriana, Roma 1994; E.
Borda Leniz, La apostolicidad de la misión de
la Iglesia. Estudio histórico-teológico del
capítulo doctrinal del decreto “Ad Gentes”,
Athenaeum Romanum Sanctae Crucis, Romae 1990.
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